Germinga

Il titolo di questo lavoro teatrale, “Germinga”, è ispirato al nome dato a un buco nero identificato dagli astronomi mentre Hervé Guibert scrive “All'amico che non mi ha salvato la vita”. Di esso, il poeta francese scrive: “In quel periodo avevo scoperto, leggendo un articolo e facendo alcune ricerche su riviste scientifiche, un corpo celeste recentemente identificato dagli astronomi, un buco nero, come veniva chiamato, una massa spaziale che assorbiva al posto di diffondere, che rosicchiava se stessa in virtù di un sistema autarchico di divoramento, e divorava i propri margini per aumentare il proprio perimetro negativo; gli astronomi avevano chiamato questo nuovo buco "Germinga", e così io battezzai la mia eroina”. La scena intera si svolge in una camera di ospedale: Hervé è ricoverato per una complicazione della malattia e, per una flebo difettosa, si ritrova “legato” al letto, impossibilitato a fare anche il più banale movimento. Per far passare il tempo e per “trasformare questa tortura mentale” in un'opera d'arte, inizia a scrivere su un taccuino in cui racconta della sua malattia, delle visite cui è costretto a sottoporsi, delle piccole conquiste che riesce ad ottenere (tra cui quella di potersi liberare dalla flebo e riconquistare, finalmente, la tanto agognata possibilità di movimento). La scena a questo punto acquista un carattere onirico: mentre scrive, i ricordi di Hervé prendono forma e interagiscono con lui, tra salti di tempo e luoghi, permettendo a quelli che sono i personaggi più importanti della vita di Hervé di fare il loro ingresso sul palco.

Muscihe di: Giovanni Azzone
In scena: Rita Azzone, Marco Pifferi, Giuseppe Savastano.